Anche quest’anno durante l’Assemblea generale di Coop Reno è stato consegnato il premio Ci’Tengo a persone e realtà che provano a cambiare il mondo, in meglio. Quello riportato qui sotto è il discorso di Susanna Martucci, ceo di Alisea Società Benfit, che ha ricevuto il meritato riconoscimento
“Buonasera a tutti, ho scritto il discorso anche se non è mia abitudine. Però questo è un premio speciale, che parla di esempi, e io pur con oltre trent’anni di imprenditoria alle spalle, non volevo emozionarmi.
Quando Alice e il presidente Andrea Mascherini mi hanno chiamato per dirmi che avrei ricevuto questo premio, dall’altra parte del filo è calato il silenzio; chi mi conosce sa che non è una cosa che mi capita spesso, ero autenticamente commossa. Mi sono anche interrogata sul perché: era il nome del premio, quel “Ci’Tengo”, a creare un cortocircuito in me, perché quelle due parole io le riconosco, le ho vissute, anche se non mi ero mai descritta in quella maniera, prima. Quindi non è solo un premio, questo, per me: è un filo rosso che attraversa tutto ciò che ho fatto, e questa sera voglio raccontarvi come questo filo si è dipanato nella mia storia personale e imprenditoriale, perché credo che le storie, più dei principi, dicano chi siamo veramente.
Io sono cresciuta in caserma, mio padre era un generale dell’esercito italiano e la vita militare come si sa ha una sua disciplina, si impara presto che le regole esistono. Con le mie sorelle eravamo tre “povere” figlie femmine di un generale dell’esercito e, come amo dire, lui ci ha “condotto” a essere quello che siamo nel tempo diventate. Poi ero una nuotatrice, ho nuotato a livello agonistico, sono entrata nella nazionale giovanile nei 100/200 delfino; si perde e si vince, nello sport, ma quello che ricordo non sono le gare, è svegliarsi alle 5,30 della mattina e alle 6 essere in piscina dove devi ritrovare la forza di entrare, una piscina fredda e vuota. Nessuno ti può spingere… ogni giorno devi trovare tu la forza e l’acqua non mente, non puoi delegare ad altri la fatica.
Ho studiato giurisprudenza a Bologna, ho lavorato poi in Mondadori per 12 anni e sempre a Bologna ho fondato la mia azienda, nel 1994: un lavoro inventato letteralmente, perché non esisteva un modello a cui guardare, un settore ben definito, pochissimi conoscevano l’espressione “economia circolare”, esisteva solo un’intuizione, poco più di una scintilla, ovvero l’idea che gli scarti inevitabili delle aziende non potevano essere solamente rifiuti, ma erano materia prima che diventava seconda e che nessuno aveva ancora impiegato nel modo giusto. Insieme a un pugno di donne – perché ad Alisea eravamo tutte donne – abbiamo iniziato ad andare azienda per azienda e fare una semplice domanda: «Ma voi cosa buttate via? Quali materiali finiscono dispersi nel vostro processo produttivo?». Le risposte erano sorprendenti, e lo sono ancora: siamo partiti da trucioli di legno, bucce di pomodoro secco, fibre tessili, polveri metalliche, pneumatici consunti, cartelloni pubblicitari in plastica, residui di salvagenti… Tornavamo in ufficio e dicevamo, eccoli qua, e adesso cosa ne facciamo? Da questi scarti, come trarre qualcosa da dare indietro agli stessi clienti che ce li avevano donati? La prima decisione è stata che dovevamo fare oggetti made in Italy, e dovevano essere oggetti semplici di uso comune, portatori di valori.
Nel 2013 ecco che ci arriva una telefonata da Vittorio Ferrero, il più grosso produttore italiano di elettrodi in grafite, che ci pone il seguente problema: «Ho tonnellate di polveri di grafite che buttiamo in discarica, è un grande costo per me ma anche per la comunità… Cosa ci potreste fare?» Io ricordo ancora quando è arrivata in ufficio in una bottiglietta, era il 2013, di polvere nera impalpabile. Io subito ho pensato a una matita. Scopriamo però che nessuno produce una matita in Italia, quindi la filiera di produzione in cui sostituire materia vergine con materiale di recupero non esisteva, però quella fu la nostra occasione vera: diventare gli unici produttori di matite in Italia. Fu quella svolta! È nata così l’unica matita italiana, cui abbiamo voluto dare i8l nome “Perpetua”, quella del Manzoni, per noi non è una matita ma una giovane donna, ha 25 anni ed è una rivoluzionaria: vuol cambiare le cose, vuol cambiare il mondo, vuole togliere dalla discarica quella polvere di grafite che Vittorio tutti mesi portava a smaltire spendendo soldi. Quella scintilla ci ha cambiato la vita, perché da lì siamo entrati, nel 2019, dentro il Design Store del Moma di New York e oggi siamo in tutti i più importanti musei del mondo. La comunità italiana internazionale ci ha aiutato a smaltire 90 tonnellate di polvere di grafite che altrimenti avrebbe coperto le nostre discariche.
Vi racconto queste cose perché anche noi all’epoca eravamo uno “scarto”: io ero uno scarto come giovane donna appena laureata, perché non intravedevo una carriera, ero giovane, avrei avuto figli… e lavoravano con me tutte quelle donne che il mondo del lavoro aveva dimenticato: donne separate, donne che si avvicinavano ai quarant’anni, donne che avevano una gran voglia di dimostrare chi erano. Credo di poter dire ad voce alta che tutti assieme l’abbiamo dimostrato. Oggi siamo in una nuova fase economica, c’è un nuovo modo di parlarsi tra aziende del territorio: noi ci rifacciamo alla simbiosi mutualistica che esiste in natura, dove specie diverse convivono per il beneficio comune. Siamo convinte che anche noi aziende, che io considero degli esseri viventi a tutti gli effetti, possiamo lavorare assieme scambiandoci know how e conoscenze per provare a fare quel passo avanti che oggi è assolutamente indispensabile.
Economia circolare significa ricerca e sviluppo, nuovi processi produttivi, nuovi oggetti unici al mondo. La produzione deve essere italiana e portarci poi in giro per il mondo: questa è la nostra nuova scintilla, stiamo facendo vari accordi in questa direzione ma si fa veramente molto fatica. Trent’anni di Alisea guardati da questa prospettiva sembrano un percorso lineare, ma non lo sono per niente: ci sono stati i momenti in cui la strada sembrava chiusa, siamo ripartiti insomma come tante aziende, ma quello che ci tengo a dire è che “Io ci tengo” non è uno slogan, non si insegna con le parole, si insegna con le scelte, con la coerenza tra quello che si dice e quello che si fa ogni giorno. Io l’ho imparato in piscina alle 6 di mattina, l’ho imparato in caserma addormentandomi col silenzio e svegliandomi con l’alzabandiera, l’ho imparato bussando alle porte delle aziende per uscire con una borsa piena di scarti e un’idea che ancora senza un un nome. Ricevere un riconoscimento che porta questo nome è una responsabilità per me, è un invito a continuare a meritarlo.
Grazie a Coop Reno, grazie ad Alice e ad Andrea e grazie a tutti quelli che hanno creato uno spazio in cui buoni esempi fanno notizia. Ne abbiamo tutti bisogno, forse più di quello che si pensi.

